lunedì 9 dicembre 2013

Terza puntata della recensione a "Lo scopatore di anime" di Pablo T


Per chi volesse leggere le recensioni precedenti cliccate sui links sottostanti:

Recensione introduttiva

Seconda puntata 

Siamo al quinto capitolo. Breve. E già siamo obbligati a rileggere due volte il primo paragrafo perché tanta profondità non può essere contenuta in una sola lettura. O forse è un pretesto per ritrastullarmi, tra dita di pupille, pensieri in prestito da farmi rimpiangere  non essere miei. Ma è così da molte parole. Un centellinare d'organolettica curiosità cercando di identificare persistenze e retrogusti di nicchia, come un pregiato "Sfursat" valtellinese o un Sauvignon "Quartz" di acrobatiche sfumature... quell'intenso "piscio di gatto" ad esaltarsi al gusto in onde delicate ed aromatiche. L'inaspettato dentro elevate aspettative!
La notte si annuncia da suoni e immagini quasi jazzistiche: una tromba solitaria in lontananza, un cane che taglia lo sguardo indolente nel suo dinoccolato attraversare pensieri ancora socchiusi. E col suono di grida urbane riconosciute si apre la finestra su Gerard, un compagno di questi viaggi notturni di Rendié. Un'isola in guerra col mondo delle buone maniere, in un anticonformismo figlio della sua omosessualità. Non "Checca" né effeminato, si chiedeva, rispondendosi che forse non era il suo corpo ad essere diverso ma la sua anima. Ma chi era diverso? E da chi?
Rendié scende in soccorso dell'amico ubriaco traghettandolo in porti sicuri, anima affine dallo sguardo non ingannato dall'apparenza, Gerard, e con zavorre di sensi di colpa che prima o poi avrebbero bruciato tutto il suo carburante, spegnendolo. Gerard è un retrogusto amarognolo nella sua consapevolezza d'inadeguatezza a prescindere. La sua frase di commiato, con voce impastata dall'alcool è una perla assoluta di saggia e lucida consapevolezza che ci fa riflettere sulla qualità dell'esistere demandata agli altri, volenti o nolenti.
"Quanto può tenerci in errore il giudizio degli altri, quanto può condizionare le nostre scelte, scardinare le certezze, confondere le intenzioni e separare gli affetti. Eppure, sappiate che, quando la sua bocca avrà terminato di masticare le nostre cose più care, a noi rimarrà il rimpianto di averlo nutrito di troppa considerazione."
Rendié spegne l'interruttore e va via, nella riflessione che è esattamente quello che tutti sanno fare meglio, quell'abitudine di allontanarsi gli uni dagli altri.

E con lui entriamo nel meraviglioso Universo del sesto capitolo. In una notte dentro la quale lui aveva tacitato il mondo e tutte le voci, da "quella fuori luogo degli idioti" fino a quella del "buonismo di quelli che giustificano tutto." Nel suo appartamento e già nostalgico del dissetante fiume della strada. Alla porta suona, e si presenta davanti a lui, una donna.

Qui sono obbligato a fare una retromarcia interpretativa, o meglio, esplicativa. Il rischio ventilato di un recensire "work in progress" che può non contemplare un personaggio che scopri in seguito essere "portante" di trame fondamentali. Un mio errore interpretativo, indubbiamente. Nel terzo capitolo, nella ridda di nuove empatiche sensazioni da esplorare finalmente in prima persona, dentro geografie a tutto tondo di un animo preso in prestito, avevo accantonato un incontro che da glissare non era. Certo, in una recensione "seria", che si inizia a parole scritte terminate, e quindi inappellabili, l'avrei sicuramente messa al centro della scena. L'avrei comunque dovuto fare perché i presupposti e gli spunti emotivi c'erano già tutti.  Mea culpa. Ma tra queste pagine la mia paura, lo confesso, è quella di ritrascriverle tutte perché tutte degne di sottolineature epidermiche e sotto sterno. Dunque, desidero convenire, certe scelte vanno comunque sempre fatte, corrette o meno.
Rewind: la donna alla porta Rendié l'aveva incontrata in uno dei soliti bar-approdo delle sue notti. L'aveva studiata e ammirata, dal suo trespolo distante, nel di lei coriaceo e deciso esser donna. Gambe da gazzella, bionda e muro invalicabile per le miserie che cercavano di abbordarla. Rendié l'aveva capita e lei aveva "riconosciuto" lui. Lei gli aveva chiesto, sfidando il suo sorriso, di dirle qualcosa d'intelligente per evaporare i cattivi pensieri e il nostro eroe underground semplicemente le aveva detto: "Quanto sei intelligente, donna. Mi scoperei la tua intelligenza." Ne risero. E nel letto di lei scoparono le proprie solitudini e i piccoli ritagli di tempo che in quel momento appartenevano loro.

La stessa donna che ora Rendié si ritrova davanti alla sua porta. Stupito la fa entrare e in quell'immediato abbraccio stretto Rendié comprese immediatamente la sua valenza: "un abbraccio dell'anima che si  fa carne e si rende visibile per un attimo." E ancor prima che le mani producessero un contatto, prima che labbra si mordessero, gli occhi si erano già dissetati e gli universi allineati. Il "Big Bang" già iniziato.
E' un'immersione sublime nell'amore in sfaccettature - carati - raramente espresse - esposti - così efficacemente. Pagine, queste, letteralmente da sottolineare compulsivamente come se il sottolineare un concetto bastasse a farlo tuo per sempre. Una matrioska di acrobatiche perle lessicali, dialoghi quasi troppo profondi per pensarli veri, non fosse che già ti sei dimenticato di essere solo un lettore, per giunta privilegiato voyeur, ma affermeresti sotto giuramento che tue sono quelle parole che chiudono e racchiudono il senso più segreto dell'amore che rifulge da quel diamante insito in ognuno di noi.
Una tra le pagine più suggestive sul mistero dell'amore. Misterioso per nostra inculcata e addomesticata ignoranza, va detto. L'amore non serve dirselo: si banalizzerebbe. Forse inizia ma poi, se parliamo di Amore, non finisce mai.
L'infinito dentro una parentesi. E la seconda parentesi è un dato di fatto che sia chiusa. "A chi parte resta un calco del suo cuore. A chi resta, parte un ologramma del suo cuore. Non ci sono soluzioni se non nella testa.” Rendié era rimasto e Regina, questo il suo nome, era partita. Ma l'amore è.
"Amore come aria? Sì. Perché non si può controllare l'aria, puoi cercare di respirarla finché c'è."
E lo farai fino all'ultimo istante vitale.
Rendié stesso conclude: "... Perché lì dove avevo lasciato il cuore, lì c'era la mia vera residenza. La felicità era solo quell'istante in cui tutto ciò che gli altri non riuscivano a vedere ... ti apparteneva."

Il paragrafo immediatamente successivo, nemmeno il tempo di far sedimentare questo stordimento per l'inattesa epifania di un attimo d'eterno, ti riproietta nella mente del nostro protagonista, appeso nell'indefinito, a parare sprazzi di luce sulle abbaglianti inconoscibili definizioni dell'anima, in un elenco a fiato corto a confermarti un'anima, invisibile ma tua a pieno grado. O meglio, tu in qualche grado figlio della sua fertile immortalità. Pagine senza trama, invero drammatiche per un casuale recensore, come il sottoscritto, di storie scritte, ma altresì pagine sempre portanti di ogni trama inventabile anche dalla più feconda fantasia. Dovrei riportare ogni singola riga, ogni singola frase, che ha squarciato di luce radicate consapevolezze. Non mi sembra corretto. Posso solo invitare gli indecisi ad entrare in questo amplesso di Spirito. Perché ciò che pensi di aver davvero catturato è solo la veste di un'anima invisibile ma presente nella carne. L'anima non è nulla di ciò che mai potremo pensare. Non ci è semplicemente dato misurarla in parametri  umani. Forse nei sogni.
"Ai sognatori, dunque, l'onere di descrivere il cielo, a tutti gli altri l'onore di usare quel cielo come unico tetto."

E continuano le immagini, le similitudini sorprendenti. Che fare se non farsi travolgere? Impossibile descriverle, o peggio ancora, sintetizzarle. La bellezza che ho incontrato non può essere supportata dalle mie altre poche e limitate parole. Non posso certo copiare perle di verità da condividere. Ma la verità è solo esistenziale. Entrate nel libro e vivetele sul vostro discernimento allenabile!
Cominciamo quindi a comprenderlo meglio, Rendié. Quest'uomo "underground", come lui stesso si dichiara, che da sempre viaggia controvento "resistendo alle sferzate dell'esistenza."
Un uomo che tiene ancora accesa la speranza a discapito di un infinito rifrangere d'onda contro il medesimo scoglio. Nel suo cinismo pregno di consapevolezza non la nega a nessuno, a priori. Non a se stesso, soprattutto. Chiunque può liberarsi e lo può fare quando finalmente smette di credersi libero.
Perché "la Speranza esiste ... è sguardo che emerge dal presente, alla ricerca spasmodica del futuro."
Domani potrà essere tutto se il seme adeguato è stato correttamente immesso nel sempre fertile presente, a discapito di aridità innegabili. Aridità che è invece pur sempre possibile negarle. Basta affermare la Speranza nella sua concezione più vera e profonda. Più attiva ed agente.


Oliviero Angelo Fuina

Per leggere la quarta puntata della recensione, cliccate: Q U I

giovedì 5 dicembre 2013

Seconda puntata della recensione a "Lo scopatore di anime" di Pablo T


(Per chi si fosse persa la “Recensione Introduttiva” può rimediare cliccando Q U I )

Continuo la mia recensione "work in progress", con emozioni in presa diretta e non distorte da postumi senni. Un rischio ma anche una sfida ad eventuali personali retromarce interpretative. E una voglia di condividermi senza rete.
Dunque ho proseguito la lettura, nel mio volerla centellinare come si suole fare per nettari preziosi.

La "voce" mi aveva già vestito per affrontare "lo sporco" e, di contro, apprezzare i giusti sprazzi di pulito, quelli sempre non mediati.
Ora chi ci parla ha un confine, degli spazi e persone definite, e mai definitive, con le quali contrapporsi, con una lucidità apparentemente cinica. Volutamente, forse.
Ci ritroviamo in una periferia. Al centro, se una periferia può averlo. Tutto è come può essere, ma lo sguardo in prestito ci mostra il degrado. Quello morale. Quello che conferma "la voce" introduttiva. Ci mostra l'ineluttabile impotenza di ingranaggi alienanti e interazioni al limite del grottesco, quando svestite da convenzionali, passive, accettazioni. La penna di Pablo detta perfettamente i tempi e i ritmi del nostro camminare tra "quei" pensieri, del nostro stesso respirarlo e viverlo empaticamente.
Veniamo subito messi e immessi nella concretizzazione di pensieri d'ideologia conquistata sul campo con dolorosa fatica. Tutto è subito fattispecie per norme di saggezza esistenziale e non solo di sopravvivenza. No. Qui si parla subito della vita compresa in ogni muscolo e in ogni sguardo. Quello che la società non ci spiega e tenta di negare tacendola.

Dopo il "tutorial" della "Voce", quell'iniziale  "trainer atletico morale", veniamo quindi catapultati nella visione senza tregua e senza pause che "il personaggio", il nostro eroe che si contrappone allo sfondo degradato con lucidi pensieri in resta, ci offre dal suo punto di vista, e di proiezione, privilegiato e collaudato.
Ogni azione e ogni didascalia cruda diviene subito degradante e degradata. Come se la realtà fuori dalle pagine fosse davvero onirica, mentre lo sguardo preso in prestito nel libro diviene quasi tattilmente un incubo dal quale, però, morbosamente, vogliamo vederne ogni prosecuzione.

Scrittori di strada, oltre ai molti per strada, ne abbiamo più o meno letti tutti, "maledetti" o meno. Ma qui sembra che Kerouac abbia fatto scandalosa comunella con Bukowski mentre un lisergico Majakovskij declinava loro la sua versione personale di "uomini e topi" di Steinbeck. Rubata, rivista e splendidamente corrotta. Ma questa è semplicemente la talentuosa, disincantata, penna di Pablo.
Una meravigliosa alchimia dentro la quale sguazzare come bambini attratti da una pozzanghera, senza preoccuparci di addurre poi giustificazioni plausibili e corrette.

E' facile, così almeno per me, ritrovarsi in dote residui di imbarazzo quando per le prime immersioni visionarie ci chiediamo ancora cosa accidenti ci facciamo lì in quello scomodo paragrafo, tra quelle pagine che nulla hanno di un consueto fantasticare. Direi un contrappasso, più che altro. Ma infiniti sono gli spunti riflessivi letteralmente sottolineabili, e sottolineati, in ogni frase di questo vademecum orgiastico eterico.

E in ogni sapiente aggettivazione di questo universo così fastidiosamente e scomodamente denudato, comprendiamo nuovi confini, nuovi contorni, nuove vedute di un personaggio in parte già identificato ma che potremo identificare con un nome solo dal quarto capitolo. Come a ribadire che Rendié, questo il suo nome, è solo una facciata rassicurante apposta sopra l'eventuale nome di ogni lettore che abbia scelto di entrarci fino in fondo in questa periferia del mondo, ma al centro.

 Ecco che d'incanto la nuda banalità squallida della strada - nel punto di vista narrante o principale di Rendié - diventa quasi impercettibilmente un luogo di aggettivazioni respiranti e comode. Un sollievo inaspettato dopo quel caterpillar d'angosciosa visione imperante. Qualcosa si sposta e la leva "miracolosa" è, come sempre, l'uomo nella sua essenza più sincera.
Conosciamo con lui Al il clochard, figura vera fuori dall'omologato mazzo di carte che la vita distribuisce, barando, ad ogni suo giocatore.
Dove sta la vera saggezza se non negli ultimi del mondo che non hanno per questo sguardo distorto da effimeri traguardi? Perle di saggezza in una cruda esposizione, senza mediare con perbenismi frenanti.
Dov'è il sud? Dov'è il nord? Solo catalogazioni e gabbie ristrette per chi non vuole vedersi piccolo in confini più veri. Ogni nord, infatti, è sempre a sud di qualcosa, in una sfera. E' questo il lato giusto della geografia esistenziale di ogni cittadino davvero del mondo!
Ed ecco Nadine la meretrice. "Una fica senza guardiano." Padrona di ogni proprio gesto. "La puttana matta". "Matta" come ogni persona padrona dei propri gesti istintivi.
Rapporti veri, non dovuti. Questi due amici di Rendié hanno scelto di essere se stessi in culo a tutti. Torna la parola "scegliere" come unica chiave di volta. E di esserlo nella notte, che la puzza dell'ipocrisia quotidiana è meno forte.
Farsi cambiare è farsi fottere. Punto. Fottere per scelta, dice Nadine, è salvaguardarsi da un tradirsi. Ovviamente per scelta.
L'assioma del nostro accompagnatore in questo universo senza rete né imbracature a salvarti dallo scoprire te stesso ha un concetto: " Ci sono persone che ti lasciano un vuoto incolmabile e altri, purtroppo, che ti lasciano colmo di vuoto." Ecco perché ogni sera finisce per cercare "quelle" persone, quegli amici affini, gli unici che gli facessero sentire la loro mancanza già dalla mattina dopo.”
Si fanno subito amare, a questo nostro punto del viaggio, Al e Nadine.
Ma Nadine... Donna con un'anima così sporca di vita da andarne fiera!
Ed improvvisamente appare chiaro il giusto concetto di "prossimo"! Non un altro ma chi ti siede accanto.

Non so voi, amici, ma io ora continuo il mio viaggio nell'Universo di Rendié... nell'Universo di Pablo.
A ritrovarci probabilmente tra due capitoli, se volete. È vostra la scelta.


Oliviero Angelo Fuina

Per leggere la terza puntata della recensione cliccate:  Q U I

martedì 3 dicembre 2013

"Recensione Introduttiva" di "Lo scopatore di anime" di Pablo T


Non è mai facile recensire un libro senza cadere nella tentazione di raccontare di se stessi, delle emozioni riflesse e immettere un proprio personale punto di vista o una personale percezione in un dipanarsi di trama che non è mai fine a se stessa, se l'autore sa davvero adempiere al proprio ruolo comunicativo privilegiato.
Tutto scorre? Tutto si dipana correttamente? E' scritto bene? E' riuscita questa storia, questo libro, a prenderti per mano per arrivare impaziente al traguardo finale? Attenendoci a queste domande forse possiamo ricavarne qualche spunto onesto ed oggettivo, laddove le nostre personali emozioni, cultura ed esperienze esistenziali non distorgano visibilmente l'essenza stessa originaria. Ma alla fine è comunque sempre  solo ed esclusivamente di noi che possiamo parlare attraverso parole a descrivere le emozioni o le esperienze di un'altra persona. Perché, va detto, ciò che accade in noi e attorno a noi è l'unica cosa che possiamo realmente conoscere e decodificare, attenendoci appunto a questi nostri parametri, gli unici, conosciuti.
No. Non è facile.
Nel caso in oggetto di questo libro manifesto di Pablo T. è praticamente impossibile.
Perché "Lo scopatore di anime" non si legge ma si vive. Non scegliamo di farci o non farci prendere per mano, ma subiamo, affascinati, la complessità e l'asprezza di un parlare senza filtri. Non ne siamo avvezzi, diciamocela tutta. Non abbiamo pratica di questo accogliere e ascoltare incondizionato. O a prescindere.

Nelle prime pagine, nei primi due capitoli, non abbiamo nemmeno appigli geografici, semantici, estetici o didascalici se non immaginifici che ci possano aiutare ad orientarci. Non c'è un nome né un personaggio da poter inquadrare nei nostri possibili schemi personali acquisiti, consci o inconsci.
C'è una voce. Nulla di più ma nemmeno nulla di meno. Una voce e una scelta basale. La scelta di essere liberi che è l'unica libertà che ha reale valenza.
Condividendo un concetto iniziale che tramite questa "voce" Pablo T. ci offre, riporto a mio modo questo assioma: nell'unica legge non scritta, che tutti noi obbligatoriamente rispettiamo, è sancito, nella nostra esistenza, il nascere e il morire.In mezzo rimane un'unica e immensa opportunità di cambiare la nostra condizione e, quindi, l'unica vera scelta possibile: "adeguarci o reagire. Affrontare o battere in ritirata." Ancora perciò tutto si riaggancia alla scelta di vivere o sopravvivere, e sopravvivere è sempre e comunque un morire, lento che possa essere.
In un lessico crudo, non mediato da ripudiati conformismi, nè edulcorato, è questo che dall'inizio questa voce ci sbatte addosso. Ed è  una voce che già temiamo possa assomigliare alla nostra, inascoltata, che abbiamo tacitato per tutta la nostra vita. O la nostra sopravvivenza, a questo punto. La nostra anima oscilla tra il senso di vuoto e la nausea dell'occlusione. Come in un amplesso violento non voluto, ma necessario.

E' veemente e pregno di livore genuino l'inizio di questo attacco all'idiozia e a chi accetta di subirla; contro chi fa girare il mondo al suo cieco ed egoistico volere e contro chi accetta di girare nello stesso senso per non dover faticare e sudare scomodamente. Sembrerebbe, in questi primi intensi due capitoli, quasi un solito "vomitare contro" ormai quasi demagogico se non che l'attacco in questione investe parimenti burattinai e burattini, colpevoli e vittime ancora più colpevoli per il fatto di esserlo. Perché lo si è solo con una delle due scelte possibili. L'altra è reagire, combattere, piuttosto cadere per non dover restare in ginocchio per sempre. Dare ascolto onesto e non mediato a questa voce è già cominciare ad essere artefici di una propria "Trasformazione".
"Rompere equilibri per ritrovare il proprio".
In verità l''unica possibilità che abbiamo per ritrovarlo.

Questi due primi capitoli, come lo stesso Pablo T ha avuto modo di confermarmi, sono solo una porta immaginaria che si apre sul vero e proprio raccontare.
Un raccontare che aspetta tutti noi per poter vivere realmente nella nostra consapevolezza. Coraggio, fate la vostra scelta!

Oliviero Angelo Fuina     


Per leggere la "seconda puntata" della recensione cliccate: Q U I  

 

20 Eventi a spettinare emozioni


“20 Eventi a spettinare emozioni” il mio ricordo per Cartoceto

“20 Eventi a spettinare emozioni” il mio ricordo per Cartoceto


Come una gita scolastica la prima avventura degli autori di David and Matthaus.

Seppi di Cartoceto solo qualche settimana prima della data della manifestazione “20 Eventi dal 20″ fortemente voluta dal mio Editore David and Matthaus. E qualche giorno dopo riuscii anche a metabolizzare e memorizzare il nome di questo piccolo e suggestivo paese marchigiano della provincia di Pesaro Urbino. Si era deciso per il 20 Luglio, dunque. Io, autore di questo Gruppo ufficialmente solo da due mesi, entrai in questo evento pubblico  rivestito da infinite emozioni anche tra loro contraddittorie. Il primo pensiero fu quello che avrei potuto incontrare autori “veri”, quelli coi loro bei libri già nelle vetrine librarie. Anch’io avevo la mia silloge pubblicata da pochissimo e messa in vendita a tutti gli effetti dal 7 giugno ma ancora non avevo compreso la portata reale di questo mio passo importante da sempre solo sognato e a dire il vero ancora non avevo avuto il piacere di avere una mia copia da poco in vendita tra le mani. In poche parole ero sì un autore del gruppo, ma tendevo a glissare io stesso su questo dato di fatto. Mi sentivo più un bambino in gita premio con la possibilità di poter incrociare e conoscere nomi per lo più solo letti, tranne qualche eccezione di interazione più approfondita. Anche con l’opportunità di poter incontrare finalmente il mio editore e poter guardare negli occhi la persona che aveva scelto l’azzardo di scommettere su di me. Non da poco, questo azzardo, pensavo sinceramente. E per me importante, se non fondamentale.
Nell’evento estivo di Cartoceto era anche prevista la premiazione del Concorso Nazionale poetico di LiberArte e la presentazione ufficiale della corrispondente antologia: “L’anima delle parole“. Avendo il privilegio e il piacere di essere uno dei membri di questo Team significava che avrei potuto anche incontrare finalmente gli amici e colleghi Elisabetta Bagli, Andrea Leonelli, Michela Zanarella e Gino Centofante. Ce n’era davvero abbastanza per sentirsi come a Natale, freddo e neve esclusi.
L’arrivo a Cartoceto fu avventuroso. D’altronde, arrivarci a cavallo di Trenitalia è spesso una chiave d’accesso privilegiata all’inconoscibile mondo senza tempo, o comunque regolato da leggi molto elastiche, di questo nostro mai certo universo parallelo come, appunto, possono esserlo due binari. Il piano era semplice: regionale da Lecco a Milano Centrale, quasi immediato Freccia Rossa fino a Bologna quindi super regionale fino a Fano. Partenza alle ore 7.00 e arrivo previsto poco dopo mezzogiorno. L’inizio ufficiale degli “Eventi” era previsto per le 18.00. Ma era un sabato caldo e d’ispirazione balneare di fine Luglio, questo non l’avevo messo in conto nella mia programmata tabella di marcia. Sapevo solo che a Faenza sarebbe salito l’amico, poeta e collega di Liberarte Andrea e che avremmo continuato il viaggio insieme. Già questo mi rendeva impaziente ed eccitato, sapendo che sarebbe stato il primo di tanti incontri fino a quel momento solo immaginati. A Bologna vidi arrivare il regionale per Fano e lo vidi anche ripartire mezz’ora dopo sempre stipato da quella stessa massa di giovani pendolari del mare Adriatico, senza alcun nuovo ingresso nei vagoni, a sfidare ogni legge fisica conosciuta, della moltitudine di passeggeri fermi con me al marciapiede. Avvisai Andrea della situazione verificatasi e accettò di prendere il successivo regionale anche lui. Che arrivò a Bologna, per me, mezz’ora dopo. E continuò a sommare ritardi su ritardi ogni stazione successiva che si fermava per farsi ammirare e non prendere. Andrea salì comunque a Faenza e mi raggiunse nell’unico posto libero che, con l’aiuto di due occasionali compagne di viaggio, gli avevamo a fatica preservato. Trovarmi con lui e scoprirci anime affini, confermandoci la conoscenza e la confidenza maturata sino a quel momento solo nel virtuale, fu la prima splendida conferma di tutte le altre conferme avute in dono con moltissimi altri autori imbarcati nella stessa avventura editoriale. Arrivammo oltre le 14 a Fano e riuscimmo, grazie al caro Gianluca Battistelli e alla gentilissima Patrizia Traiani, a raggiungere il convento sopra Cartoceto per riunirci alla nostra responsabile di Collana Castalide Elisabetta Bagli (grazie alla quale potei farmi conoscere dall’editore stesso), alla splendida poetessa Michela Zanarella e all’amico, scrittore, attore e giornalista Giuseppe Lorin. L’amico e collega Gino ci avrebbe raggiunto solo in serata. Pagandone scanzonato scotto.
L’ospitalità commovente delle suore diede modo ad Andrea e al sottoscritto di poter pranzare di qualità e quantità in orario non consono per poi sistemare velocemente i nostri bagagli nelle ampie e confortevoli camere predisposte per noi lì al Convento. Con noi di Liberarte alloggiavano nel secolare convento anche la scrittrice Francesca Marano con il suo simpaticissimo compagno Michele e alcuni altri scrittori con le rispettive famiglie, tra i quali l’assaghese Walter Frassi.
Il pulmino navetta messo a nostra disposizione dal Comune di Cartoceto venne un’ora dopo a spezzare il silenzio prezioso di quella collina dagli infiniti orizzonti per portarci finalmente a Cartoceto, nel cuore storico e artistico dell’antico palazzo Comunale. Respirai da subito la rinfrescante brezza artistica, quel vento per me nuovo e corroborante, che per due sere mi avrebbe spettinato di emozioni.
1045214_355944251199280_1971944660_n
Dalla piazza principale tutti noi, come un’allegra scolaresca in gita, imboccammo una delle suggestive vie di quel borgo marchigiano che si affaccia su morbidi declivi ad accarezzare sguardi e raggiungemmo l’ingresso dello splendido palazzo Comunale che il Sindaco aveva messo gentilmente, con sincera passione, a nostra disposizione per questa manifestazione culturale aggregante e di profonda condivisione. Potei così finalmente incontrare Sara e Francesca che avevano professionalmente curato l’editing della mia silloge e Maria Castaldo che spesso aveva rappresentato l’ideale e paziente trait-d’union tra tutti noi autori e la Casa Editrice. Cominciai a conoscere il giovane scrittore Alessio Silo che avrei imparato ad apprezzare sempre di più nei mesi seguenti, abbracciai finalmente quella splendida persona che risponde al nome di Ciro Pinto che pur non essendo autore della nostra stessa casa editrice è sempre in prima fila nelle manifestazioni dove l’arte, la letteratura e l’entusiasmo di voler costruire qualcosa di solido e duraturo vanno a braccetto.
Nei frenetici momenti prima dell’inizio ufficiale dell’Evento ci preparammo, noi di LiberArte, per una scaletta di presentazioni e proclamazioni degli autori da noi segnalati meritevoli per le loro Opere. Servì anche questo a non farmi pensare troppo all’enormità, per me, di quel mio ritrovarmi dentro un sogno che avevo sempre tenuto quasi con pudore dentro il mio sguardo. Giovanni ci accolse come quella persona splendida e ricca di umanità qual è. Come quella persona che sapeva esattamente di noi e il motivo per cui tutti noi eravamo lì riuniti a condividere un sogno che per me si stava realizzando concretamente proprio in quella occasione.
Quanti volti a cui dover dare un nome e subito dopo ritrovarsi a scoprire di esserci già conosciuti per quello che tutti noi realmente eravamo! Un naturale riconoscerci e confermarci. L’esperienza diretta che suffragava il virtuale. E questo fu possibile, ora ne sono consapevole,  perché tutti noi ci siamo sempre mostrati e condivisi per le persone che in vero eravamo. Ricordo ancora quel signore dalla faccia simpatica e dalla cadenza emiliana che iniziò a parlare con me e che subito dopo scoprii essere lo stimato Gastone Cappelloni, un nome che da anni seguivo e con il quale interagivo nell’universo poetico del Web. Allora anche lui non era ancora un autore della David and Matthaus ma la sua presenza testimoniò per lui che la passione per parole artisticamente confezionate non ha mai un cortile, un agorà, ben definita ma è meravigliosamente apolide.
Cartoceto è anche il paese di un autore e di una luminosa persona che nel suo saper lottare per affermare quel suo splendido sorriso alla vita mi era e continua ad essermi riferimento. Parlo di Giuseppe Frassinelli. Essere tutti noi lì a “casa” sua lo ritenni da subito bellissimo e importante. Tra le grandi donne che unitamente a Giovanni Fabiano coniugava l’editoria con l’arte e con progetti encomiabili che entravano nella sfera del sociale e della cooperazione in funzione di realtà più sfortunate annovero sua moglie Laura Armanni. Il sorriso aperto d’accoglienza e di riconoscimento valse più di mille parole.
Tra quelle pietre antiche e nobili che trasudavano storia, su quel palco in fondo alla sala, tutti noi avremmo avuto parola e pubblica visibilità. Equamente e senza distinzione alcuna. Tutti compagni di viaggio con medesime ali a tracciare unica rotta.
Appena entrati, nella “navata” a sinistra, le suggestive pareti in pietra erano addobbate da splendide fotografie di due talentuosi fotografi: Alberto Bonomo e Wilson Santinelli, che tra l’altro, quest’ultimo, aveva realizzato la splendida copertina che impreziosiva la mia silloge. Come quelle di tantissimi autori. Wilson stesso immortalò entrambe le serate con fotografie sempre significative, riuscendo a condividere quell’alchimia, quella magia unica, anche ad altri autori impossibilitati ad intervenire e che nei giorni seguenti avrebbero potuto comprendere ciò che di straordinario a Cartoceto stava avvenendo.
1170873_213060338857162_1732011531_n
Ricordo ancora il mio atavico imbarazzo unito però all’orgoglio, quella prima volta (per me in assoluto) che salii sul palco insieme agli altri amici e membri del team Liberarte. Tutti noi regalammo un pensiero su quella nostra splendida esperienza di organizzatori e curatori dell’omonimo concorso ricordando doverosamente la grande Nicoletta Letta che più di tutti aveva voluto realizzare quell’evento e che per un grave impedimento non aveva potuto essere fisicamente tra noi. Ma lo era con lo spirito e con tutto ciò che lei per noi rappresentava. L’emozione travolse naturalmente tutti i presenti quando Giuseppe Lorin salì sul palco con noi e Giovanni a declamare una poesia che noi di Liberarte, congiuntamente, avevamo voluto scrivere e dedicare proprio a lei, messa nelle prime pagine dell’Antologia “L’anima delle parole” che ufficialmente stavamo presentando e che a lei era dedicata. Lorin fu come sempre bravissimo nel trasmettere l’emozione originale che avevamo profuso a cuore pieno nella lirica stessa. Molti gli occhi lucidi e, fra tutte, le lacrime di Francesca mi colpirono particolarmente, emblematiche del grande affetto e amore che Nicoletta aveva saputo consolidare e affermare semplicemente proponendosi per la bella persona che era ed è. Le mie, per pudore innato, rimasero solo affacciate ai bordi dei miei occhi mentre pensavo a come asciugare con una delicata carezza quelle che vedevo davanti a me, in prima fila.
Personalmente salii su quel palco, quella prima sera, ancora un paio di volte. La prima a proclamare meritevole di uno dei premi speciali della giuria il poeta Papagni, leggendone la motivazione e affiancando lo stesso Papagni nella lettura della sua poesia da noi segnalata; la seconda quando, senza preavviso, fui chiamato a parlare della mia silloge. L’emozione si amplificò quando, con mia sorpresa, l’editore mi consegnò la copia zero delle mie “Orme sull’acqua“. La prima volta che tangibilmente potevo avere tra le mani un sogno diventato realtà! Una splendida e confusa emozione che comunque ricordo ancora intensamente e che resterà indelebile in quello che spero sia solo l’inizio di un lungo e appagante Viaggio. L’agitazione che vissi poi al pensiero di cosa avrei potuto dire a tutte quelle persone, davvero tante, presenti nella sala mi fece balzare il cuore in gola che spero riuscii a non far notare col mio sorriso che mi si disegnò autonomo nel poter parlare di un qualcosa che ben mi rappresentava. Ricordo bene l’ostacolo quasi insormontabile di cominciare a formulare un attacco logico al mio voler spiegare l’essenza di quelle mie “orme sull’acqua” e poi non ricordo più nulla se non il suono della mia voce che ininterrottamente sembrava esternare qualcosa comunque di comprensibile, dato i tanti sguardi partecipi e attenti che tutte le persone mi stavano regalando. Parlai a lungo e, spero, non dilungandomi, e alla fine potei leggere una mia poesia che penso sia sempre il modo migliore per comunicare ciò che un poeta è e sa trasmettere. Lessi “Io sono tutto ciò che resta di me” e gli occhi lucidi che intercettai durante la lettura e l’applauso sorprendente che suggellò il mio distico finale mi diedero per la prima volta la certezza che anch’io, al pari di tutti gli altri autori, ero legittimato a calcare quel palco dei nostri sogni. Ci alternammo tutti a premiare poeti che con le loro poesie si erano a nostro giudizio evidenziati più degli altri nel concorso, in un livello generale comunque di notevole spessore. Ciro Pinto fu uno tra questi, mentre il poeta Davide Colacrai si aggiudicò  il primo posto vincendo la splendida opportunità di avere la propria silloge pubblicata dal nostro gruppo editoriale. Un premio davvero di notevole valore.
In quelle due serate quasi irripetibili per l’alchimia del luogo e dei presenti e per l’intensità e la varietà delle proposte che si alternavano sul palco il mondo esterno sembrava essersi eclissato al cospetto di questo splendido Universo artistico così riccamente rappresentato, tra quelle storiche mura di Cartoceto.
A Francesca Marano con le sue fiabe si alternò Lucia Collo col suo libro sul mondo del lavoro, così come Walter Frassi con il suo interessante libro a denunciare, in una esperienza vissuta in prima persona, una situazione di forte disagio economico patito sempre nel mondo del lavoro e ad Alfredo Bertocchi con il suo romanzo intrigante. L’esplosiva Maria Pia Busiello incantò tutti con le sue filastrocche per bambini  dai forti valori universali e condivisibili. Le recitò, anzi, le fece letteralmente vivere con l’intensità adeguata del suo sorridente e coinvolgente declamarle. C’era davvero tutto ciò che esaltava un comunicare profondo e una condivisione artistica a 360° ! Giovanni, dall’alto del suo splendido e capace saper organizzare l’evento, non ci fece nemmeno mancare alcuni momenti musicali che due giovanissime interpreti ci regalarono con le loro voci talentuose (una di loro era Valentina Baldelli la giovane cantante che aveva partecipato alla trasmissione televisiva della RAI “Ti lascio una canzone“) e un progetto di scrittura realizzato con la scuola elementare di Tavernelle di Serrungarina (PU) grazie alla simpatica esuberanza e l’infinito amore per quel progetto stesso e per i piccoli allievi da parte della Maestra Rita Fabiani, insieme ai genitori stessi degli alunni. Una sinestesia sorprendente e riuscitissima, che la nostra casa editrice aveva reso unica avallandola.
Vere “gocce di vita” ci dissetarono quando sul palco Giuseppe Frassinelli parlò del suo omonimo romanzo autobiografico, quasi stordendomi della sua grandezza di persona e solarità d’animo. Molti e molti amici e colleghi si alternarono sopra quel palco al centro del nostro mondo, l’unico esistente per noi in quelle due sere e citarli tutti sarebbe quasi impossibile. Comunque improponibile. Posso aggiungere “Da Monteverde al mare“, il libro del bravissimo Giuseppe Lorin su affascinanti aneddoti, storia e architettura di quel quartiere romano, “L’estetica dell’Oltre” di Michela Zanarella, “Dietro lo sguardo” di Elisabetta Bagli e “Penombre” di Andrea Leonelli e molti e molti altri ancora straordinari autori che la capacità e la lungimiranza di David and Matthaus è riuscita ad accorpare in quell’isola felice, dove si privilegiano veri valori familiari coniugati all’elevata professionalità di tutti i collaboratori, che è il Gruppo Editoriale con tutte le sue tante e specifiche Collane. Potrei citare ancora la bravissima scrittrice Sara Cerri col suo “Isadora Duncan“, Emanuela Arlotta – che prima di allora conoscevo solo col nickname “Volo dei sensi” – ma penso che la straordinaria varietà di talenti che hanno reso magico l’evento a Cartoceto si sia compresa. Tutti, indistintamente, ad avere pari spazio, peso e visibilità come Giovanni Fabiano fortemente aveva voluto e programmato. Non solo, in quella straordinaria parata artistica trovarono spazio e menzione significativa anche gli altri autori impossibilitati ad essere presenti a Cartoceto. Come non applaudire Giovanni per questo suo incondizionato affetto verso tutti i propri autori voluti in quella grande famiglia (nel senso più ampio e positivo del termine) che “David and Matthaus” rappresentava?
Nella seconda serata ho avuto, inoltre, l’indubbio onore di salire di nuovo sul palco anche per presentare un progetto particolare nato prevalentemente dall’amico e scrittore Michele Gardoni , purtroppo assente a Cartoceto per motivi di lavoro, e con me condiviso in una delle nostre notti nelle quali amavamo confrontare  pensieri e riflessioni, un progetto nato inizialmente per permetterci di dare il nostro contributo e la nostra testimonianza in favore delle persone meno fortunate e diversamente abili. L’emblematico titolo “DiVerso InVerso” penso racchiuda il senso più vero di questa nostra idea subito avvalorata e appoggiata dal nostro editore. E diversamente, conoscendolo, non poteva essere.
Lunedì a pranzo il pulmino comunale ci venne a prendere per l’ultima volta allo splendido convento delle suore Discepole di Gesù Eucaristico e ci riportò a Fano dove salutai per l’ultima volta gli splendidi compagni di viaggio che in quei due giorni d’eventi e di condivisioni mi avevano arricchito enormemente.
Partii con negli occhi mille episodi, mille sorrisi e tsunami di entusiasmo, con la consapevolezza di aver incontrato persone splendide e vere e la certezza che questo nostro comune e immenso sogno sarebbe continuato ad occhi ben aperti e in punta di penna che avrebbe rappresentato al meglio l’essenza più profonda di ognuno di noi.

Vidi ancora nella mente sorridente Elisabetta e Michela giocare come bambine sul girello del parco di Cartoceto domenica mattina, l’incontro e l’abbraccio sempre nel parco di tutti noi con Frassinelli, regalandoci scatti fotografici sinceri a futura dolce memoria, la piacevole e intima chiacchierata con Pinto sotto il chiostro nel giardino del convento, confrontandoci su valori familiari, figli e arte, le passeggiate per scalinate e vicoli della splendida e suggestiva Cartoceto. Adriano Spaziani, Alessio Silo, Giuseppe Lorin, tutti noi di LiberArte in un condividere come dono prezioso anche il nostro complice e ammirato silenzio e la gioia di essere tutti insieme in un luogo e in un evento che ci rappresentava al meglio. Una grande famiglia, allargata, con sentimenti quasi indescrivibili comuni a tutti. E infine, quasi a emblema di quel nostro esserci ri-trovati a Cartoceto, la piazzetta antistante il palazzo degli eventi e quel muretto che ci fu sfondo e balconata per abbracci, fotografie d’anima in flash di sorrisi.
Ripartii dunque, almeno fino a Faenza, con l’amico Andrea Leonelli, ancora non conscio che l’avventura a cavallo di Trenitalia, da Bologna, non si sarebbe fatta attendere e ,anzi, si sarebbe ampliata fino al mio notturno rientro a casa, su “quel ramo del lago di Como” ora di vanto alla postuma provincia di Lecco.


Articolo pubblicato su "Anima Magazine": Q U I


venerdì 29 novembre 2013

Prefazione a "Orme sull'acqua" a cura di Elisabetta Bagli



La poesia è un’arte nella quale gli odori, i sapori, i gesti e i suoni si amalgamano, spesso, alle note malinconiche dettate dall’esperienza personale del poeta, creando immagini e metafore, attraverso le quali il lettore riesce a penetrare nel suo sentire. In ogni vocazione poetica si evince la lotta quotidiana con le parole, lotta che il poeta affronta quasi eroicamente, affinché queste interpretino esattamente il messaggio che egli vuole trasmettere.
Oliviero Angelo Fuina, nella silloge poetica “Orme sull’acqua”, con il suo stile poetico inconfondibile, costituito da strofe e versi in metrica, da un lessico limpido, studiato ma accessibile, da immagini vive e vissute, dimostra di avere una completa padronanza della parola nonché un suo dominio tecnico, sciolto e inusuale ai giorni d’oggi. Con la scelta di questo titolo l’intento che vuole perseguire è quello di lasciare delle “orme sull’acqua”, un paradosso, come ha affermato lo stesso poeta nella sua Nota d’autore, ma pienamente aderente. È interessante, infatti, osservare come nelle sue liriche, permane sempre una sensazione di limite, come se si fosse sulle sponde di un fiume, di un mare, di quell’acqua che rappresenta la vita, la sua bellezza, la trasparenza e la fragilità del vivere e, nel contempo, il tumulto e le tempeste, la sua forza nel continuare a scorrere, nonostante i conflitti interiori. La vita descritta dal poeta la si osserva da lontano e la si sente vicina; è una vita che si vuole attraversare lasciando delle “orme”, appunto, invisibili all’occhio nudo, ma indelebili nell’animo umano (Sono orme sull'acqua ciò che porgo/ il saper nuotare mostrato invinto/ forse parole i segni dei miei passi/ nel fermo scorrere all'unico mare.- “Orme sull’acqua”).
Oliviero Angelo Fuina è in permanente dialogo con se stesso, con quanto lo circonda, con la persona amata, con il suo ideale di donna, con la Natura e i ricordi d’infanzia, con i mari che conosce e con quelli che ancora gli rimangono da scoprire. Le tematiche affrontate nella silloge sono di vario genere, ma risultano essere unite dal filo della vita che scorre attraverso la composizione brillante dei suoi versi, che scivolano nelle orecchie e nell’anima come se fossero scritti per una partitura di una rapsodia. Infatti, possiamo ascoltare la musica, a volte drammatica e lenta, altre volte più rapida e dinamica, dettata dalle impressioni del poeta e dalle sensazioni colte con immediatezza ed elaborate dal suo sentire (Anche il niente disegna i suoi frattali/ dentro l'eco di ogni vibrazione/ il pianista poi dissolve se stesso/come acqua nell'onda primordiale/ e nemmeno forse esiste un silenzio/ nel verbo del divino tra i pianeti/ è musica costante che non senti/ creando dimensioni in percepire - “Nel Frastuono di un Totale Tacere”).
La Natura e l’uomo, la nascita e le contraddizioni che per il poeta si bagnano di quell’acqua vitale che tutto muove, che tutto governa (Siamo nati respirando l'acqua/ affogando nell'aria di un pianto/per nuotare la vita in offerta/nell'eterno flusso che va al mare- “Bagnate contraddizioni”).

“Orme sull’acqua” è composta da liriche nelle quali ci sono apparizioni improvvise di paesaggi, ora cupi e densi, ora incantati ed effimeri. Angoli di notte e di giorno vestiti da gentili figure, da visioni, da immagini che sono analisi e ricordi di lacerazioni passate o speranze future emerse dall’acqua affascinante e dolorosa (Giunge di notte il silenzioso incontro/col bianco che apparecchia la mia vista/ nei segni ad incidere ricami/come i tatuaggi di un giorno, per finta - “Nel peso che distoglie gli orizzonti”)
Si avverte spesso un accorato ricordo di episodi di un’infanzia vissuta in punta di piedi, di una tradizione che si attiva nelle memorie e si affina nell’abbandono musicale modulato dal proprio sentire (Ora mille sapori prezzati/ non bastano a saziare la fame/ e ti cerco, madre, dentro un gusto/ che possa ridarmi il tuo calore.- “L’ingrediente segreto”).
Immagini sensibili e sensuali con facilità di inserimenti figurativi in una forma metrica predisposta si riscontrano anche nelle poesie a contenuto amoroso-passionale. La carnalità è un altro elemento materiale e concreto presente nelle sue liriche, sublimato da versi unici. In genere, il concetto di eternità viene separato dalla vena erotica, ma il poeta lo ingloba nelle sfumature del suo sentire insieme ai colori e agli umori della natura, costante presenza nella sua opera (nei flussi di mandorlo in fiore/ è amore che altro non chiede/ offrendo l'eterno in sussulti/ tra petali schiusi a irrorare – “Graffiti di rorido amore”).

La silloge di Oliviero Angelo Fuina è un pellegrinaggio dell’anima in vari punti, quali: l’amore, la notte e il giorno, la madre intesa come donna e terra, punti uniti dall’acqua che è vita. È un raccolto dei frutti maturi dell’uomo che ha passato le stagioni, mutando attraverso le luci e le ombre tipiche dell’esistenza, conferendole saggezza ed esperienza, interpretandola con versi di elevata qualità lirica. Le aggettivazioni sono usate in modo sapiente e funzionale alla creazione di immagini assolutamente libere, sciolte ed eleganti. I suoi versi scorrono tra le parole come acqua limpida, sebbene, a volte, si addensino in invocazioni torbide e forti per poter poi tornare a purificarsi e fluire definitivamente nel mare, in quel mare di vita, che è nel contempo materno e fulcro di amanti. Per tale motivo, è possibile affermare che l’intenzione primitiva del poeta, ovvero quella di far sì che le sue orme, seppur invisibili rimangano impresse sull’acqua della vita, è stata totalmente raggiunta. Colui che leggerà “Orme sull’acqua” ascolterà una rapsodia leggera e sostanziosa, frutto della grande purezza intellettuale e della straordinaria sensibilità che caratterizzano Oliviero Angelo Fuina, un vero poeta dei nostri giorni. 

Elisabetta Bagli

Elisabetta Bagli con la silloge "Orme sull'acqua"



A Cartoceto (PU) per la manifestazione "20 Eventi al 20"

 Il Team Liberarte: Elisabetta Bagli, Oliviero Angelo Fuina
Michela Zanarella, Gino Centofante, Andrea Leonelli